Viola

Pubblicato da Giant Trees Foundation il 2 Aprile 2025
Articolo
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Viola.

di Luigi Delloste

L’imbrunire cavalcava placido le ombre delle chiome lente a muoversi nella brezza, il suono provocato s’insinuava nella mente sino a farsi quasi cullare in una nenia paradisiaca. Il tempo, rallentato, si prendeva gioco del suo intercedere, pareva un giocoliere rapito, non passava nel trasformarsi, esitava da prestigiatore. In quella mi trovavo seduto sui resti di un ceppo rinvenuto per caso durante la passeggiata. L’esser soli permeava il proprio gioco delle emozioni, assaporavo raccolto ogni carezza, suono, fruscio, gemito di quel luogo magico, conosciuto sin dall’infanzia. Il legno del ceppo era ancora un po’ umido, ma in qualche modo accogliente, mi trastullava mentre stavo assopendomi nei pensieri. La sera, ormai giunta, annunciava l’impellenza del ritornare prima che il buio potesse avvolgere quel sentiero, pur così conosciuto e da tempo, ma insidioso nel suo svolgersi, nel suo articolato zigzagare in mezzo a quei dirupi e quella foresta fitta di vivacità e sorprese in ogni dove. Giù al paese si sentiva dire spesso del fiorire di tracce di lupo, alcuni asserivano di aver trovato carcasse di cervi, poi scomparse solo dopo pochi giorni. Impronte addirittura di linci,

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un ormai lontanissimo ricordo rievocato solo nelle storie dei più anziani davanti a un buon boccale di vino.  

Che la ricomparsa di questa frangia di predatori del regno animale fosse riuscita a riprendersi in parte questi luoghi era risaputo, ma l’ottenere prove solide sui passaggi di sciacalli dorati e resti delle predazioni dell’orso mi pareva un po’ esagerato, forse altisonante. Era un po’ come se potessi fare affidamento ai miei vestiti all’avanguardia tali da rendere impermeabile e quindi sicuro il mio corpo a qualsiasi aggressione. Tutto ciò comunque faceva pensare, filtrava veloce come un sussulto su e giù per la pelle, lasciando vibrazioni, brividi che richiamavano sensazioni ancestrali, memento ai segnali che il luogo dà ai suoi abitanti incauti. Gli impulsi naturali erano ben distinti nella luce del giorno, evidenti, anche se solo a tratti distinguibili. Ora tutto pareva stranamente in sordina, come se un grosso coperchio limitasse il fragoroso insorgere di gesta antiche, urli e boati istintivi, parole magiche, arcaiche. Un lucchetto alla chiusura della pentola di vita che stava bollendo… Nel grattarmi la nuca per il solletico provocato dall’improvviso sfiorarmi di una falena, mi stupii del ritorno dei miei pensieri. Quella farfalla usciva solo all’imbrunire ed era quindi l’avviso dell’accertabile ritardo nel rincasare. Così, come quasi fossi in quell’angolo del destino dove le combinazioni sbocciano in una casualità un po’ maldestra ma ugualmente efficace. Ero precipitato da immobile inconsapevole nella traiettoria ubriaca di un insetto, il cui improvvisato piroettare era un inatteso diretto dalle mie parti, o forse, ero io sul suo percorso. Cosa pensare, cosa dire di ciò. Intanto il buio colmo della sua ridondante maestria quasi ovattata si era impossessato del luogo, lo riempiva in ogni dove, antro, buco, lastra, cavo d’albero, cespuglio, masso, sasso. Era oltre gli alberi, le gole, le chine, gli avvallamenti, ormai era dappertutto. Il resto del luogo, con il passare di quella manciata di minuti di quel tempo diventato ormai davvero misero, mi avvolgeva sempre più. Vedevo poco e a tratti, le mie orecchie, il mio naso percepivano sempre meglio, quasi fosse stato uno strano acuirsi di questi sensi. Non più bambino, forse in parte esclusi perché inutili. Questi sensi su cui si fa così poco affidamento, non dandogli il vero valore che meritano. Gli odori non erano più mescolati in un unico minestrone, si stavano distinguendo, separandosi tra loro assumevano una nuova dignità, riprendevano l’impronta originale, mostrando le loro caratteristiche primordiali. Pungenti e vivide sensazioni stavano permeando il mio sentire sempre più attento. Nel fresco che avanzava riuscivo a immaginare le mie pupille dilatate al massimo. Eppure non si vedeva praticamente nulla, ma si sentiva di tutto, e, ora, anche il cervello iniziava a lavorare diversamente, forsennatamente.

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Elaborava ogni dato, ricezione, sensazione, immaginazione, così da intraprendere un nuovo percorso di conoscenza al fine di coglierne in qualche modo il significato. È come se dalla sordità in poco tempo si potesse udire, dalla cecità vedere. Le informazioni, le percezioni che fino a qualche ora fa non venivano neppure interpretate poiché ritenute di poco conto, ora erano parte di una fittissima rete di riflessioni. E di rimando le mie azioni volgevano a comprendere quantomeno il significato che questa infinita gamma di rumori poteva contenere, questi suoni sconosciuti. Paurosi aliti di brezza e vibrazioni presenti in questo bosco diventato in così poco tempo così ardentemente selvaggio. In tutto ciò sentivo un’energia mai apprezzata, scaturita dall’adattamento che in ogni modo il mio pensare metteva in atto per consentirmi di comprendere cosa mai mi accadesse tutt’intorno. Dovevo? Ma fino a che punto, e per ottenere cosa, la sicurezza che pareva ormai perduta? Non riuscivo a comprendere quanto fosse involontaria la cosa. Era una forma di automatismo che dalle conoscenze, percezioni, quasi completamente legate all’uso della vista durante la possibilità di utilizzarla, fosse stato, nel giro di pochi momenti, in grado di passare all’elaborazione di dati raccolti senza l’aiuto della stessa. Un nuovo sistema cognitivo che utilizzava solo tutti gli altri sensi, quali udito e olfatto, tatto, pelle. Così pure entravano in gioco anche l’accortezza e la percezione delle variazioni della temperatura. Ma chi davvero innescava alla meglio questo nuovo modello interpretativo dello spazio e dei movimenti in esso disegnati era la paura. Se non vedo non capisco, non posso muovermi in sicurezza, ho timore dell’incontro anche solo di un ramo, di inciampare su una pietra qualsiasi. La paura stava giocando infatti un ruolo sostanziale, e azzerando i precedenti meccanismi si insinuava nel corpo mettendo tutto a livello di tutto. Ora anche un dito aveva paura, pur non vedendo, non importava più se riceveva avvisi di attenzione dal cervello, ora anche lui aveva paura. E così tutto il resto del corpo, ogni piega della pelle, articolazione, nervo. A questo punto era tutto terribilmente importante, anche la cosa più piccola. Eppure, dove io ero seduto, forse in attesa di qualcosa, in un ambiente che credevo di conoscere fin troppo bene. Ma qui ormai tutto pareva essere cambiato, non c’era più nulla come prima. Le infinite passeggiate fate così tante volte e per così tanti anni non trasmettevano più quel film, la propriocezione di cui avevo tanto bisogno per potermi muovere con un po’ più di sicurezza. Mi pareva di galleggiare in una barca che stava affondando, prossima a un gorgo sull’orlo di un precipizio di cascate tumultuose. E il mio corpo intravedeva solo mistero. Non volevo più restare seduto, sentivo i pantaloni bagnati dall’umidità del ceppo e, in queste temperature non si sarebbero asciugati tanto facilmente. Ma alzarsi significava altro, il già complicatamente articolato processo intuitivo avrebbe potuto collassare e indurmi addirittura al panico, e qui, ora, il panico non sarebbe servito proprio a nulla, anzi, avrebbe peggiorato del tutto la situazione. Ciò ovviamente premeva sulla mia esitazione, da seduto in qualche modo non rischiavo di cadere…

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ma qualcosa mi poteva piombare addosso, qualcosa che magari ora stava cercando il suo pane.

Ma andarsene era troppo rischioso, avevo paura di inciampare e cadere, avevo paura di stare fermo. No, sto fantasticando, non posso essere una preda, appartengo al genere umano, casomai sono un predatore. Però non ho armi di alcun genere, ecco, lucidamente la mia condizione mi appare semplicemente chiara, ora sono una preda potenziale. Mi venne in mente un gatto, qualsiasi, pur essendo piccolo e forse indifeso, in questo luogo era il padrone. Ah, un attimo, sento passi affrettati che esplodono le mie paure, e, con non poca difficoltà comprendo sia un sasso che stava rotolando sulle foglie secche, in un modo così incomprensibile da generare questa folle analogia del rumore dei passi. Ma chissà da dove era partito e per quale motivo. Predatore umano vs preda umana. Via! In un posto così isolato dalla natura umana non possono esserci altre persone, e poi a quest’ora, avrebbero con loro delle torce, nessuno si arrischierebbe senza. Nessuno…? Non credo sia qualcuno che preoccupato dal mio non rincasare sia venuto a cercarmi, e poi non ho detto a nessuno che venivo sin quassù. Non posso stare ancora qui, non ha senso, devo cercare un posto, luogo, o chissà altro più protetto, più sicuro, anche solo un masso da permettermi di avere le spalle coperte. E del resto mi sono già alzato, deciso, devo solo andare avanti, ma dove? In che direzione? Verso cosa? Ecco, una foglia bagnata di rugiada si getta sul mio volto, pare una mano fredda, no, qui non ce ne sono, poi sole senza corpo, figuriamoci! Confuso cerco di controllarmi, ho il cuore a mille, e con estrema attenzione procedo, altri fruscii, poco lontano un rametto si spezza, pare una fucilata e d’assalto il grido di una civetta squarcia il buio profondo, ma nulla di chiaro compare. Nessun eco, segno che sono in un luogo senza pareti di roccia, che stupido, so benissimo dove sono, ci sono cresciuto io da queste parti! Le forre. Ma nulla mi permette di capire cosa posso fare per trovare la calma. Nel muovermi sento che tutti i muscoli delle spalle e del collo iniziano a farmi male, però non riesco a rilassarli, tengo la testa incassata in senso protettivo, ma comprendo che così non potrò andare avanti più di tanto. Mi fermo di nuovo e riprendo rallentando il passo, ora cerco un nuovo registro per capire cosa mi accade intorno e come ripartire, avrò percorso si e no qualche metro dal ceppo sul quale ero seduto. Inutilmente cerco di orientarmi, nel buio delle ombre riuscire a trovare punti di riferimento è praticamente impossibile. Infilo un piede tra un sasso e una radice e cado urlando in avanti, finisco pesantemente contro un masso che solo per pura combinazione non presentava asperità verso il mio atterraggio. Mi tocco un po’ dappertutto e non sento il bagnato del sangue di nessuna ferita, forse mi è andata ancora bene. Ma ora devo togliermi da questa delicata posizione, non è facile, ho ancora paura di cadere da qualche altra parte. Afferro un ramo cercando di capire quanto sia lungo, e lo uso per sondare, tastare tutt’intorno. È di grande aiuto, almeno mi permette di anticipare di poco più di un metro le incognite del percorso, anche se credo non sia ancora abbastanza. Di colpo, dalla remota calma, si alzano alcuni schiaffi di vento che portano sospiri lontani, fischi rabbiosi di corse di caccia. Urla lancinanti di guerra. Rabbrividisco, mi sento sempre più in balia del cosmo, mi sembra di essere in una tempesta. A tratti intravedo il cielo chiaro di stelle, lo sguardo che esce dalla cortina delle chiome mi fa sentire meglio, ma il mio corpo è quaggiù, inerme. Nel proseguire colgo la sensazione del calpestio più piatto, forse sono su un sentiero, non voglio illudermi, proseguo cauto. Il piede affonda velocemente su un pedale che ruotando porta il resto del ramo a bastonarmi violentemente sulla spalla destra. Nel dolore che provo sento quanto i miei movimenti siano distratti, imprecisi, del tutto privi di guida, eppure faccio di tutto per cercare di cogliere l’intorno, ahimè senza riuscirci. Anche le braccia paiono antenne, ruotando vagliano lo spazio, e le spalle iniziano a farmi male. Posso camminare per ore e ore senza stancarmi, percorrere decine di chilometri senza accusare fame né sete e invece qui, questa sera, nel poco meno di un’ora mi pare di aver attraversato una foresta intera. Sono spossato, teso e addirittura affamato con una sete indicibile. Ridotto a cencio dolorante. Ora la sento! È proprio lei, una corsa sfrenata! Chissà cosa, chi, quanti e come. Paiono latrati, saranno cani che inseguono qualche ungulato, no, eppure guaiti, forti disperati. Un gran fracasso, poco sotto a me, forse qualche decina di metri più a valle, rami rotti addirittura lo schioccare tra sassi e poi un ruggito. Ma di cosa? Cosa può ruggire qui in questi posti, i cani o magari i lupi non ruggiscono. Non avevo visto greggi di pecore arrivando e quindi non dovrebbero esserci cani… ecco cani. Allora cosa sono, lupi? E il ruggito? Cosa sta accadendo di così selvaggio così vicino a me? Era forse un orso, e i guaiti forse lupi. Sto fantasticando, il peso dello stress mi fa materializzare paure inconsce, istintive, acerbe, paure quasi impossibili da provare nella vita quotidiana. Di nuovo! Un fracasso impressionante, pare una lotta senza quartiere guaiti, latrati, ancora ruggiti, di tutto. Sono rannicchiato e immobile su uno strano cuscino, pare un formicaio di formica Rufa, di male in peggio, inizio a sentirmele camminare dentro i pantaloni, devo andarmene ma sono troppo vicino a quel trambusto infernale. Pare si allontani, meno male, purché non ritorni. Non li sento quasi più, o perlomeno in lontananza, chissà cos’è successo, inciampo di nuovo e sbatto contro un tronco orizzontale, la corteccia è a tratti strappata, tutta bagnata, anche parecchio. Mi asciugo le mani sui vestiti, strano per essere acqua ha una certa densità. Sento strani odori, come di quando si entra in macelleria, incuriosito prendo il cellulare che ha la batteria ormai esaurita e cerco di illuminare la scena, il bagnato era sangue della zuffa precedente. Ciuffi di pelo setoloso dappertutto, grigio e marrone, a tratti nero. Se prima ero preoccupato ora sono del tutto terrorizzato, come potrò uscire da questa situazione? Inizio a pensare alla mia assicurazione sulla vita. I pantaloni sono strappati in più punti e la giacca a vento non è da meno, le mani graffiate sanguinano e comunque le utilizzo come tastoni, diciamo alla cieca in un disordine ossessivo, compulsivo. Non riesco neppure più a convincermi di poter proseguire tanto sono convinto di non essere dove dovrei essere. È come se fossi stato catapultato in un altro luogo a me del tutto sconosciuto e pieno di pericoli, di ogni genere. Eppure qui il folto degli alberi si dirada per qualche passo e la brezza lieve mi coglie come per calmarmi per un istante. Forse un segnale, un cenno alla radura che lambisce una pista interpoderale, speriamo! No, ancora una traccia, magari un sentiero, ma quale pista? Comunque riesco a non inciampare per un po’ e così aumento l’andatura, credo almeno del doppio della velocità precedente. Ogni tanto mi fermo e con il ramo cerco sui lati ma non trovo grossi ostacoli, tronchi di abeti rossi, parecchi rami di faggio che invadono il percorso. Qua e là rocce, sassi, scrigni di pietra pericolosi storci caviglia, ecco, di nuovo il cielo. Allungo il passo, mi pare di essere sempre più vicino a qualche radura, magari trovo un capanno per gli attrezzi, così passerò la notte più sicuro. Mi affretto, le gambe ora sono più sicure, di nuovo sento la brezza che mi avvolge, quasi un sollievo, ora l’andatura è decisamente più tranquilla, riesco a vedere anche alcune sagome dei massi lungo il percorso. Inciampo, e sbatto la testa su un ramo che credo sia orizzontale, cado e tra fatica, ansia e terrore perdo i sensi… il volto caldo dal sole che brucia mi risveglia, accanto a me un cane randagio mi lecca la guancia nel suo gaio scodinzolare, sento il suo alito selvatico e mi volto per evitare una così simpatica effusione. E nel pieno del giorno con centinaia di formiche deluse in giro per il corpo nel trovarmi ancora vivo, vedo a poco meno di un metro il ciglio del dirupo, solo un salto di qualche centinaio di metri o poco più mi separa dalle verdi praterie. Mi alzo dolorante e spaventato, il cane mi sorride, lo accarezzo tenendomi a quel ramo orizzontale che mi ha fermato all’ultimo metro. Un soffio di brezza frizzante raffresca il mio volto, in quella, una piccola lacrima di gioia scende e vola via. 

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Testo e fotografie di Luigi Delloste